Parler, la piattaforma “senza censura”

Prima Google e Apple hanno eliminato l’applicazione dai propri store digitali, poi è arrivato Amazon (o meglio la sua divisione di cloud computing, AWS – Amazon Web Services) che ne ha disabilitato i server così da renderlo del tutto inattivo. Parler è offline da lunedì 11 gennaio 2021, 4 giorni dopo i fatti di Capitol Hill. In meno di una settimana, è passato da essere il social network cassa di risonanza degli estremisti e complottisti sostenitori di Trump – quella piazza virtuale in cui è stato alimentato, organizzato e poi condiviso in tempo reale l’assalto al Campidoglio – a non esistere più sul web (o almeno, per ora).

Su Parler (pronuncia anglofona del verbo francese ‘parlare’, parler appunto) tutto sembra essere concesso. Poche le linee guida da seguire e da sottoscrivere per accedervi, precaria (o meglio, praticamente inesistente) la struttura di moderazione e monitoraggio dei contenuti. La bandiera del free speech – la libertà di espressione –  continuamente evocata, tanto da farne il suo slogan («Read news, speak free», «leggi le notizie, parla liberamente»). Parler è così diventata la piattaforma ideale su cui diffondere e alimentare teorie del complotto, violenze e odio sul web. 

Non si sa ancora, infatti, se e quando Parler riuscirà a tornare online, o se eventualmente, una volta tornato in pista, le modalità di utilizzo della piattaforma cambieranno come conseguenza di quanto accaduto. Per capirci un po’ di più di questo social che si professa “senza censura”, abbiamo deciso di farci un salto, giusto qualche ora prima che venisse sospeso dal web.  

Pochi click per accedere alla bolla estremista di Parler

È molto facile entrare nella community di Parler, forse anche più che in altri social. La prima schermata che compare una volta effettuato il primo accesso alla piattaforma è quella che prevede la scelta del colore della propria interfaccia – un modo, forse, per personalizzare ulteriormente la fruizione degli utenti, differenziando la piattaforma dalle altre sul mercato. Il colore predefinito, nonché il primo nella lista tra quelli selezionabili, è il rosso, noto per essere il colore dei repubblicani. Dopo la scelta del colore, si passa alla creazione dell’account. I dati da inserire sono solo tre: indirizzo email, password e numero di telefono, che – assicura la piattaforma – viene richiesto per questioni di sicurezza, non per «controllarti».

 

Per completare la creazione di un nuovo account, bisogna, come sempre, sottoscrivere i termini e le condizioni. Su Parler sono tre i documenti da firmare, tutti aggiornati a partire da Novembre 2020, post elezioni presidenziali: le politiche sulla privacy, i termini specifici del servizio e le linee guida delle comunità, per un totale di 15 pagine. Quello che di solito è un “malloppo” di termini e condizioni firmato alla cieca – quasi mai letto per intero ma solo flaggato dai nuovi utenti dei vari social – su Parler è invece in formato essenziale, potremmo dire, quasi minimal.

Tra queste 15 pagine, quelle sicuramente più degne di nota sono le tre occupate dalle linee guida per la comunità di utenti. Si parte dalla dichiarazione degli intenti della piattaforma – «Il nostro obiettivo è di creare per i membri della nostra comunità una Piazza Virtuale neutrale e accogliente» – invocando il primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti come garante della libertà di parola e di stampa. «In nessun caso Parler deciderà quale contenuto o account debba essere rimosso o filtrato sulla base dell’opinione espressa in quello stesso contenuto. Le nostre politiche si basano sulla neutralità, concetto alla base del primo emendamento». Ma ci sono due eccezioni a questa regola, declinate rispettivamente come principio #1 e principio #2: verranno ritenuti «pericolosi» i contenuti con materiale pedopornografico, terroristico o protetto dal diritto d’autore. Parler potrà poi limitare spam e bot, «nel rispetto del lavoro di chi crea contenuti per la comunità».

Una volta dato il consenso ai termini e alle condizioni d’uso, si entra ufficialmente nel mondo – polarizzato ed estremista – di Parler. Così si viene accolti da una schermata che invita a seguire i personaggi più influenti sulla piattaforma, contrassegnati da alcuni badge, tutti conservatori o simpatizzanti – in vario modo – di Trump. Tra questi, in cima alla lista, i giornalisti di Fox News Sean Hannity o Tucker Carlson.

Per quanto riguarda le sue funzionalità, Parler assomiglia molto a Twitter: ci sono i post, detti parley, la ricerca di contenuti può essere fatta sia per ‘nome utente’ che per temi, e, ovviamente, ci sono i follower. Parler, però, è forse più analitico di altri social nel riportare le interazioni e quindi la vitalità dei suoi post: non sono solo segnalati i nomi o i commenti ma anche le impressions – cioè il numero di volte in cui il parley appare nelle schermate degli altri utenti -, le visualizzazioni – il numero di volte in cui il parley è selezionato dagli altri utenti – , i voti – corrispondenti ai mi piace – , e gli echo, cioè le ricondivisioni.

La cosa che, forse, colpisce di più di Parler è la generazione automatica di un primo parley di saluto alla comunità. Ha fatto il giro del web il primo parley di Matteo Salvini (nel suo caso personalizzato con tanto di tricolore), che si era iscritto alla piattaforma giusto poche ore prima che fosse messa offline.

Basta un primo sguardo alla sezione “Discover News” che viene proposta non appena iscritti – quindi senza che i nuovi utenti siano già stati profilati nelle abitudini di utilizzo dagli algoritmi che regolano la piattaforma – per capire dove si è capitati. Dai suprematisti bianchi, ai complottisti seguaci di QAnon, solo per citare due sottogruppi molto attivi nella comunità virtuale. La piattaforma è, infatti, nota per essere diventata il rifugio di tutti quegli utenti che o erano già stati bloccati da social come Twitter o Facebook, o avevano deciso di non stare più alle regole di moderazione dei contenuti delle big tech. Nonostante il dibattito ideologico che può emergere quando si affronta il ruolo dei social e la libertà d’espressione, è evidente come in Parler si è realmente in una bolla, in quella che viene definita una echo chamber: qui la disinformazione dilaga e le idee di Trump vengono amplificate dai suoi sostenitori, tanto da arrivare anche a organizzare e compiere atti come l’assalto di Capitol Hill.

Amazon chiude Parler e Parler gli fa causa

Così, le big tech hanno deciso di oscurare Parler. Cancellata dagli store digitali dei dispositivi Apple e Google, Amazon ha poi dato il colpo finale al social. «Non possiamo offrire i nostri servizi a dei clienti che non sono capaci di identificare in modo efficace e poi rimuovere contenuti che incitino alla violenza», riferisce in una lettera il colosso di Seattle. «Per noi Parler rappresenta un vero problema per la sicurezza pubblica».

Immediata la reazione del Ceo del social preferito dai gruppi di estremisti, John Matze, che, anche se in un primo momento aveva dichiarato di essere alla ricerca di nuovi servizi che potessero ospitare i suoi server, si è poi trovato ad essere isolato dal resto del mondo tech. «Staremo offline più tempo del previsto», aveva dichiarato Matze in un post sul suo social network. «E questo non è per colpa nostra: abbiamo il nostro software di proprietà e i dati di tutti a disposizione. Ma da quando Amazon, Google e Apple ci hanno bloccati, abbiamo perso il supporto di chi faceva affari con noi. E chi avrebbe potuto ospitarci offrendoci i propri server, ora ci ha chiuso la porta. Vi aggiorneremo non appena saremo di nuovo online.»

Ma i dati e i post di Parler, con i messaggi di incitamento all’odio che hanno portato ai fatti di Washington, non sono spariti con la piattaforma: un gruppo di hacker li ha scaricati – quasi al completo – prima che il sito venisse oscurato, grazie ad un bug del sistema che lo rendeva facilmente aggirabile. Così si potrà realmente ricostruire quanto accaduto il 6 gennaio 2021.

Ritrovatasi offline, Parler ha fatto causa a Amazon, chiedendo il reintegro immediato dei server. Per Matze la scelta di sospendere i server era motivata dalla volontà di Amazon avvantaggiare Twitter, riducendo, per motivi politici e ideologici, la competizione nel settore del microblogging: Amazon avrebbe così violato la legge antitrust, oltre all’accordo contrattuale vigente tra le due società, sospendendo il servizio senza preavviso.

Il social dei sostenitori di Trump, senza Trump

Potremmo definirla una esperienza social breve ma intensa. Non solo quella che abbiamo fatto noi di Nuovi Venti per capire dal “di dentro” i meccanismi del social network Parler, ma anche quella del social stesso. Nato nel 2018 da un’idea, tra gli altri, dell’attuale Ceo John Matze, attorno alla sua fondazione e alla sua attuale governance aleggia un’aura di mistero. Matze, che continua a ribadire la sua neutralità e la sua volontà di creare a sua volta un ambiente social neutrale, parrebbe essersi circondato di investitori e di collaboratori molto influenti nell’ala conservatrice, come Dan Bongino e Rebekah Mercer.

Fin dal principio, Parler si è posizionato come il social network dell’alt-right – la destra alternativa ed estremista americana – e di un pubblico conservatore. Con l’arrivo sulla piattaforma di personaggi dell’entourage di Trump – dal suo avvocato Rudy Giuliani, all’ex direttore della sua campagna elettorale Brad Parscale, fino ad arrivare dei suoi figli, Ivanka e Donald Jr – la piattaforma ha man man guadagnato in popolarità. Nonostante le varie indiscrezioni, il presidente Donald Trump non ha mai avuto un suo profilo ufficiale su Parler anche se ne è sempre stato il suo protagonista indiscusso.

Partendo da una base di meno di un milione di utenti, non appena Twitter ha iniziato a segnalare i post di Trump ritenuti controversi nei mesi pre-elezioni del 2020, c’è stata una migrazione sulla piattaforma di Matze di utenti dagli altri social, cosa che era già capitata l’anno precedente con l’arrivo su Parler di alcuni utenti proveniente dall’Arabia Saudita e sostenitori del principe ereditario Mohammed bin Salman che vennero scambiati per bot e bannati da Twitter. Parler è così stato percepito come il ‘paradiso’ della libertà di espressione, e lo è diventato, esasperando però il concetto di freedom of speech, che oggi più che mai necessità di una ridefinizione.

Subito dopo il 3 Novembre 2020 e l’annuncio della vittoria di Biden, il social Parler ha quasi raddoppiato i suoi iscritti: in una sola settimana sono passati da 4,5 milioni a 8 milioni, portando anche l’app alle vette delle più scaricate sull’Apple Store. Lo stesso è accaduto in seguito alle misure, senza precedenti, prese dalle varie piattaforme social dopo l’assalto a Capitol Hill: nelle 36 ore prima di essere oscurato, Parler ha raggiunto il primo posto nella classifica dell’App Store di Apple, come applicazione più scaricata.

Non appena poi Parler è stato messo offline, la sua community è migrata verso gli altri social cosiddetti “alternativi”, che, come Parler, fanno della libertà di espressione la propria bandiera, ma, al suo opposto, sono ancora disponibili online. Da MeWe, che si autodefinisce “il social del futuro” e “l’AntiFacebook”, a Rumble come alternativa a YouTube o TikTok, fino a Gab che sta accogliendo – secondo quanto dichiarato dalla piattaforma stessa – circa 10mila nuovi utenti all’ora. Molto simile a Parler nel suo funzionamento – e nella sua filosofia – Gab si differenzia fondamentalmente da Parler per una cosa, come ha sottolineato il suo fondatore Andrew Torba: «Possediamo i nostri server, non ci possono spegnere facilmente».

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